mio commento al vertice europeo

In venti mesi la governance dell’Euro è stata sottoposta a interventi massicci che hanno di fatto cambiato la costituzione economica dell’Europa con un progressivo trasferimento all’UE di parti importanti di sovranità nazionali. E’ così che è stato introdotto il semestre europeo che impone agli Stati membri di coordinare le loro decisioni di bilancio, che sono state introdotte misure di prevenzione per gli squilibri di bilancio e per gli squilibri macroeconomici “in misura simmetrica” e cioè sia nel caso di deficit che di surplus, è stata rafforzata la trasparenza degli istituti di statistica e sono state introdotte sanzioni per gli Stati asimmetrici. Tutto ciò non è bastato a risolvere la crisi e la cancelleria Merkel ha condotto un’intensa campagna per convincere i suoi partner sull’urgenza e sulla necessità di introdurre le regole di diritto secondario sulla disciplina fiscale dentro il Trattato di Lisbona. Di fronte alla cocciuta tenacia della cancelleria tedesca gli altri governi (ed il Parlamento Europeo) avrebbero potuto negoziare con altrettanta cocciuta tenacia per ottenere il rafforzamento delle misure urgenti per far uscire l’Eurozona dalla crisi (ruolo della BCE e dei meccanismi transitorio e definitivo salva-stati, introduzione dei project bonds, rafforzamento del bilancio europeo dal punto di vista delle entrate e delle spese, ruolo della Commissione e del Parlamento europeo…) e per proporre parallelamente una riforma più ampia del trattato di Lisbona per garantire crescita, solidarietà, disciplina e democrazia. Ma così non è stato. Cameron avrebbe potuto farsi mettere in minoranza ed acconsentire alla convocazione a maggioranza semplice di una conferenza intergovernativa boicottandola poi dall’interno per farla fallire o indirizzarla verso gli interessi britannici. Egli ha invece boicottato l’accordo a 27 facendo il gioco della cancelleria tedesca il cui scopo – come ha scritto Giuliano Amato – era proprio quello di avviare un negoziato intergovernativo a ranghi ridotti escludendo le istituzioni comuni. In questo modo il vertice si è concluso con risultati deludenti dal punto di vista delle misure urgenti e con l’apertura di una nuova fase in cui all’incertezza politica si è aggiunta l’incertezza giuridica. Proviamo a riflettere sulle soluzioni dell’accordo a 26. Sembra innanzitutto escluso l’uso delle cosiddette cooperazioni rafforzate. Esse riguardano un settore determinato (sono state applicate finora alle norme in materia di brevetti e di divorzio) ma non possono essere applicate al governo dell’Euro nel suo insieme. I 26 potrebbero adottare una convenzione internazionale sul modello dell’accordo di Schengen sottoscritto nel 1985 fra cinque paesi membri ed ora esteso a ben 28 paesi anche al di fuori dell’Unione europea per consentire la libera circolazione delle persone o sul modello del Trattato di Prüm sottoscritto nel 2005 fra sette paesi membri per rafforzare la lotta al terrorismo. Nell’uno e nell’altro caso questi accordi internazionali richiedono lunghe e complicate procedure di ratifica con un probabile referendum in Irlanda ed un più che probabile ostruzionismo socialista nel Senato francese dove la sinistra ha ora la maggioranza. Nell’uno e nell’altro caso inoltre gli accordi non prevedono la partecipazione delle istituzioni comuni (Commissione, Parlamento, Corte di Giustizia) ed è difficile immaginare che un paese membro possa accettare sanzioni comminate da un organo intergovernativo privo di legittimità. Infine e nella eventuale impossibilità di seguire un percorso giuridicamente determinato i 26 potrebbero sottoscrivere un accordo politico sottomesso alle incertezze della buona volontà dei partecipanti. Potremmo sperare che, come è avvenuto con Margaret Thatcher isolata a Bruxelles e poi estromessa dal governo a Londra, anche Cameron sia costretto a gettare la spugna e che un nuovo primo ministro decida di raggiungere i 26 oppure consentire loro di andare avanti come fece John Major nel 1992 con il Protocollo Sociale o potremmo auspicare la convocazione di un referendum in cui si chieda ai britannici di scegliere fra l’UE o il definitivo isolamento dal continente. O potremmo piuttosto batterci, come ha chiesto il Gruppo Spinelli, perché il PE elabori rapidamente un suo progetto di riforma globale del trattato di Lisbona assumendo a maggioranza un ruolo costituente e riaprendo la strada spinelliana verso gli Stati Uniti d’Europa.

Pier Virgilio Dastoli

presidente del Movimento Europeo

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