Europa 2012 se il rigore è un autogol

Le previsioni economiche rischiano di trasformare in amara ironia i tradizionali auguri di fine d’anno. La zona Euro potrebbe entrare nel 2012 in una fase di grande recessione con una spirale infernale di aumento dei tassi di interesse del debito pubblico e dei disavanzi di bilancio provocando prima ulteriori inasprimenti delle politiche di rigore, quindi un rallentamento di produzione e consumi ed in definitiva la crescita zero del PIL per l’intera Eurozona. La recessione si farà sentire altrove ma negli Stati Uniti, nel Regno Unito ed in Giappone i mercati accoglieranno con maggiore fiducia i titoli del debito pubblico perché le loro banche centrali sono prestatori di ultima istanza al contrario della BCE paralizzata da apparenti vincoli “costituzionali” e dalla pervicace volontà tedesca di evitare una strategia europea di stabilizzazione del debito pubblico. A questa differenza di ruolo delle banche centrali si aggiunge il fatto che per la maggiore interdipendenza delle economie l’asimmetria di un paese diventa asimmetria dell’intera zona sapendo tuttavia che l’implosione dell’Euro farebbe crescere vertiginosamente i costi per la povera Europa come è stato dimostrato da un rapporto della Confindustria. La spirale infernale nella quale si sta cacciando l’Europa è legata alla cieca politica di solo rigore finanziario decisa dai governi dell’Euro che rinviano la “fase due” degli interventi per crescita e sviluppo sostenibile con l’illusione di inefficaci misure tampone per ridurre il debito pubblico. Su questo sfondo cupo ha mosso i primi passi il negoziato europeo per un accordo a ventisei con la sola esclusione del Regno Unito che ha per ora deciso di…isolare il continente. I termini dell’accordo sono noti: si tratta di obbligare gli Stati membri ad iscrivere nelle loro costituzioni la regola d’oro del pareggio di bilancio, di ridurre drasticamente i disavanzi di bilancio ad una cifra vicina allo zero (0.5%) rispetto al 3% del PIL previsto dal Patto di Stabilità e di assumere l’impegno di portare il debito pubblico fino al 60% del PIL con riduzioni delle spese pubbliche, aumenti delle entrate fiscali e riforme strutturali (interventi sul costo del lavoro e sulle pensioni) attraverso misure pari ad 1/20 dell’ammontare del debito pubblico all’anno. Affinché ai governi spendaccioni non venga in mente di deviare rispetto al patto di sangue (e lacrime), il progetto prevede che uno Stato firmatario possa portare lo Stato disobbediente di fronte alla Corte di Giustizia e ciò al di là delle procedure di monitoraggio e di eventuali sanzioni già previste dal Trattato di Lisbona e dalle norme più restrittive concordate nell’Unione da quando è iniziata la grande crisi. Nella prima riunione dei rappresentanti degli Stati membri, la maggioranza dei presenti ha contestato l’utilità dell’accordo ed alcuni hanno timidamente attirato l’attenzione sulla contraddittorietà di alcune norme e sulla dubbia coerenza dell’accordo con il diritto (primario e secondario) dell’Unione. Dietro le reticenze di carattere giuridico si nasconde la malcelata preoccupazione di alcuni governi consapevoli della natura politicamente ed economicamente esplosiva di norme come quella della rigida riduzione del debito pubblico per 1/20 all’anno. Nonostante queste riserve, la maggioranza dei governi sembra rassegnata all’idea che il carattere simbolico dell’accordo per la politica interna tedesca spinga verso un consenso in vista del Consiglio europeo di primavera e qualcuno agita anche lo spauracchio di una dura reazione dei mercati se tutta l’operazione dovesse fallire. Per evitare colpi di coda, la Germania ha chiesto di inserire nell’accordo una clausola che prevede l’entrata in vigore quando esso sarà ratificato da almeno nove stati membri senza pensare alla possibilità che l’opposizione socialista in Francia ed eventuali ricorsi costituzionali in Germania possano escludere inizialmente dall’accordo proprio il duo franco-tedesco. E’ difficile fare previsioni sull’esito del negoziato ma è evidente che esso non risolverà né l’esigenza di misure urgenti a trattato costante né la natura strutturale della crisi europea. Per quanto riguarda le misure urgenti ed in particolare una strategia europea di stabilizzazione del debito, la proposta più efficace appare ancora quella presentata dagli economisti tedeschi per una mutualizzazione (messa in comune) del debito accumulato al di là del 60% del PIL. Per quanto riguarda le riforme strutturali il governo italiano potrebbe farsi promotore di una dichiarazione di stati “volenterosi” (willing States) per l’avvio di una riflessione più ampia sull’avvenire dell’Europa, simile a quella proposta da Amato e Schroeder a chiusura del fallimentare negoziato sul Trattato di Nizza, che risolva finalmente in senso federale la contraddizione – come ebbe a dire Tommaso Padoa Schioppa – fra una “european economic constituency” e ventisette “political constituencies”.

Pier Virgilio Dastoli, presidente del Movimento Europeo

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