e la montagna partorì un topolino cieco

Con tempismo è stata diffusa la bozza dell’accordo da cui dovrebbe scaturire il Trattato destinato a garantire la stabilità dell’Euro attraverso la disciplina di bilancio. Ora la parola spetta ai governi che iniziano a discuterne questa settimana in vista di un eventuale accordo che potrebbe essere firmato agli inizi di marzo e sottoposto poi alle ratifiche nazionali. Nel frattempo si terranno periodiche riunioni di uno dei tanti ermafroditi prodotti dall’immaginazione comunitaria: un “forum” a metà strada fra una conferenza dei soli governi ed una convenzione sul modello di quella che mise mano alla sfortunata costituzione europea. Su invito del Presidente del Consiglio Europeo Van Rompuy, che ha agito più sulla spinta della sua nota immaginazione poetica che del suo ruolo istituzionale, frequenteranno l’ermafrodito europeo rappresentanti dei governi, dei parlamenti nazionali, del PE e della Commissione, con un ruolo consultivo parallelo al vero negoziato fra le diplomazie nazionali. Se in alcuni paesi che sono ancora fuori dell’Eurozona i parlamenti nazionali daranno il loro consenso, il trattato potrebbe essere firmato addirittura da 26 governi lasciando fuori solo Cameron che ha deciso di autoescludersi non avendo ottenuto inaccettabili garanzie per la City. Se si legge la bozza dell’accordo e la si confronta col Trattato di Lisbona e quest’anno prima nel Patto Euro Plus e quindi nel pacchetto di sei misure legislative adottate per tentare di rafforzare il coordinamento economico europeo, l’autoesclusione di Cameron appare incomprensibile perché la bozza di accordo conferma nei dettagli gli obiettivi della stabilità dell’Euro tenendo distinte competenze e interessi dei paesi che fanno parte dell’Eurozona dagli altri pur lasciando aperta la porta a quelli che sono fuori non per loro volontà ma perché le loro condizioni economiche e monetarie non sono ancora conformi ai criteri di ingresso nell’Euro. Non è semplice discernere le innovazioni contenute nella bozza di accordo rispetto alle regole esistenti ed alle misure adottate per obbligare gli Stati dell’Eurozona ad introdurre riforme strutturali ritenute necessarie per garantire la disciplina di bilancio. Tutto l’accordo ruota intorno alla riduzione del disavanzo al di sotto del 3% e del debito al di sotto del 60% con l’indicazione che gli Stati devianti dovranno ridurre spese e/o aumentare entrate per un ammontare pari ad 1/20 all’anno del totale del debito (per l’Italia quest’obbligo significa una riduzione netta delle spese di dieci miliardi all’anno per dieci anni). Fatta salva una retorica affermazione nei “considerando” nulla si prevede in termine di crescita (sostenibile) e di solidarietà con una riduzione della legittimità democratica a periodiche riunioni consultive delle commissioni competenti dei parlamenti nazionali ed alla promessa di informare regolarmente il PE. Saltano agli occhi nella bozza due novità: una apparente e l’altra sostanziale. Quella apparente riguarda la possibilità per uno Stato membro virtuoso (ma la virtuosità non è una condicio sine qua non per agire in giustizia) di tradurre davanti alla Corte di Giustizia un altro Stato inadempiente. I trattati danno già questo diritto ad ogni Stato membro (e l’Italia avrebbe potuto su questa base tradurre Francia e Germania davanti alla Corte di Giustizia quando esse violarono nel 2003 il patto di stabilità !) ma ora questo diritto è trascritto in un accordo ad hoc per la sola disciplina di bilancio. La novità sostanziale riguarda invece la clausola finale che consente l’entrata in vigore dell’accordo quando esso sarà stato ratificato dal nono stato firmatario, una cifra che corrisponde alla maggioranza dei paesi dell’Eurozona (17) ed al numero minimo di paesi necessario per avviare una cooperazione rafforzata. Da ricordare che l’accordo di Schengen del 1985 prevedeva l’entrata in vigore dopo la ratifica di tutti i firmatari. Sembra l’Europa a due velocità ma si tratta piuttosto di una confusa Europa a geometria variabile con il rischio di lasciare i paesi ritardatari in balia dei mercati e con la possibilità che la preannunciata opposizione socialista francese al patto “merkozy” lasci la Francia fuori dal nuovo accordo. Il PE ha preannunciato un piano alternativo al progetto dei governi. Siamo solo all’inizio di una nuova fase dell’integrazione europea ma mercati ed opinioni pubbliche potrebbero presto perdere la pazienza.

Pier Virgilio Dastoli, presidente del Movimento Europeo

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